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Bimbi e morso: solo un gesto istintivo?

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Bimbi e morso: solo un gesto istintivo?

Con i denti si può sorridere e masticare… ma anche mordere. E il morso è un gesto che ci accompagna da sempre.

Mordere è un istinto arcaico che si attua a partire dall’allattamento e che assume significati di volta in volta differenti che ne mettono in luce il valore comunicativo e simbolico.

 

Ma partiamo dall’inizio…

La suzione, che si basa su un’attività riflessa innata già presente al momento della nascita, si sviluppa dapprima in riferimento al nutrimento per rivestire ben presto una connotazione gratificante: il neonato, anche se sazio, succhia gli oggetti oppure il pollice o le mani, a conferma della soddisfazione che l’atto in sé gli procura.

L’evoluzione della dentizione spinge il neonato a mordicchiare piccoli oggetti per alleviare la tensione gengivale e per sperimentare il piacere di un’azione nuova, più attiva e forte della semplice suzione, che lascia un marchio e provoca reazioni, rappresentando un’affermazione di identità.

 

Comprensione o punizione?

Con l’ingresso al nido o alla scuola materna alcuni bambini tendono a mordere gli altri, soprattutto in risposta a eventi frustranti che impediscono una comunicazione più naturale.

Questo comportamento, specie se ripetuto, implica spesso conseguenze spiacevoli come l’allontanamento e l’esclusione dai giochi. Portando all’isolamento del bimbo che morde e all’instaurarsi di un circolo vizioso che aumenta la rabbia e il bisogno di attirare l’attenzione attraverso l’unico gesto di cui riconosce l’immediata efficacia: mordere, e magari ancora più forte.

Sta ai genitori e agli educatori non sottovalutare i possibili significati di un atteggiamento tanto aggressivo. Non serve punire severamente, né redarguire esortando a un contegno più civile, né sperare che l’attitudine scomparirà con la crescita, si rischia di sminuire il vero problema e accrescere il malessere e il senso di colpa del bambino, rinforzando la sensazione di essere incompreso nel profondo, oltre che “cattivo”.

 

Affrontare il disagio

È possibile che crescendo il morso sparirà, ma se il disagio da cui deriva non è stato accuratamente elaborato verrà molto probabilmente sostituito da nuove condotte antisociali. Rivolgersi al pediatra è un primo passo per valutare la situazione, ricevere rassicurazioni e consigli e orientarsi verso specialisti, come neuropsichiatri e psicologi dell’infanzia, per fare luce sulle dinamiche alla base di questo comportamento.

È importante riuscire a mantenere un equilibrio fra allarmismo e superficialità cercando di individuare e contestualizzare le circostanze che generano la reazione irruente, ma anche stimolando il piccolo a esprimere sentimenti ed emozioni e a formulare una richiesta comprensibile e socialmente coerente.

 

Uno sforzo in più

Non è un processo semplice, specie quando si è coinvolti nel rapporto affettivo con il bambino è facile perdere di vista i contenuti intrapsichici che potrebbero sottendere all’atteggiamento aggressivo e che spesso coinvolgono l’intero sistema familiare, per cui il piccolo, attraverso il morso, si fa portavoce di un turbamento sottile che ostacola il flusso armonico delle comunicazioni e genera una sofferenza afona che lancia una richiesta di attenzione mediante un segnale violento.

 

Elaborare disagi e conflitti inconsci può dunque condurre verso una riconfigurazione del valore del morso e di se stessi. Non più manifestazione di una forza bruta che contrasta un’intima fragilità, ma emblema di un’autentica combattività interiore e capacità reattiva.

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